braccia, prendete l’ultimo abbraccio, e labbra / voi che siete le porte del respiro, con un bacio onesto / sigillate un contratto senza data con la morte avida.


Torna — a distanza di un anno — Romeo e Giulietta, con due nuovi protagonisti, Daniele Santoro e Erika Cordisco, nei ruoli di Romeo e Giulietta.

Ancora una volta, nel lavorare a questa nuova edizione — forse più accurata nel concetto di messa in scena rispetto a quella di un anno fa — mi sono trovato a riflettere sul senso di irrappresentabilità di Shakespeare nella nostra epoca. Naturalmente parlo per me, per il contesto culturale nel quale vivo (e sul concetto di irrapresentabilità nella pratica del teatro potrei approfondire con altre riflessioni ma qui mi limito a questa esperienza).


Questo disperante sentimento di non poter "rappresentare" Shakespeare nasce dall’idea che oggi Shakespeare si rappresenti da solo: lo fa attraverso la sua lingua o la sua "macchina del linguaggio" che, nel caso di Romeo e Giulietta, è pura poesia.


Vedendo e rivedendo le scene che scorrevano incastrandosi concettualmente l’una nell’altra — in una forma non convenzionale di messa in scena, ma procedendo come un’installazione visiva — ho ascoltato e riascoltato quei versi nella efficace traduzione di Carmen Gallo, e ho capito che non potevo farci niente. Tutto fluiva da sé, senza un mio intervento a forzarne una rappresentazione (che poteva diventare un mero punto di vista egoistico e privato), ma conducendo il gioco solo attraverso quella che ho chiesto ai giovani interpreti: una sincera e ispirata onestà emotiva. 

Ho voluto evitare quegli inutili "effetti d’atmosfera" che si cercano ogni volta che si fa teatro, forse per imbonire il pubblico e farselo amico, come accade in tanta drammaturgia contemporanea votata all’auto-confessione che è tanto di moda oggi.

E allora perché mi sentivo così estraneo alla rappresentazione? Forse perché in qualche modo pensiamo che il teatro, per essere tale oggi, vada "agito", esasperato nei modi e nelle forme, negli effetti e nei proclami, combinato in mille modi con un desiderio performativo ipertrofico.


E invece no. Per me il teatro è lì: nella sua impossibilità di essere quello che ci aspettiamo, nella sua capacità di creare il vuoto, il silenzio e, soprattutto, il mistero dentro di noi.

(Molti anni fa, quando avevo messo in scena Amleto, il critico Franco Cordelli aveva parlato della mia regia come di un dispositivo in forma di lanterna magica per vedere il mondo. Adesso, forse, capisco meglio cosa intendesse).


Non vorrei sembrare criptico o ascetico, ma posso confermarlo — innanzitutto a me stesso: Shakespeare oggi è una tale, potente macchina del linguaggio da sovrastare ogni umana ambizione di poterlo agire, adattare o riconfigurare in quel mondo di segni che conosciamo nell’era digitale, l’era delle macchine di calcolo.


Lui rimane immobile come il monolite di Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, e noi gli danziamo intorno come scimmie.


https://roomsforsecrets.blogspot.com/2025/01/manuale-duso-per-la-messa-in-scena-di.html


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