I Taglienti + The Forty Years Later Project

Vorrei riportare il testo di un bell'articolo di Antonio Devicienti apparso sul suo blog https://vialepsius.wordpress.com/ e che ringrazio per la generosità.


Scritture complesse: a partire da un lavoro 
di Daniele Poletti e da uno di Antonio Syxty…

di Antonio Devicienti. Via Lepsius

Quel che segue non è una recensione, ma una breve riflessione sulle scritture complesse ispirata a due libri che molto bene ne mostrano caratteristiche e possibilità: I taglienti. Trusioni e sfalci dall’Ordet (Anterem / Cierre Grafica, Verona 2024) di Daniele Poletti e The Forty Years Later Project, vol 1 (dia•foria, 2025, a cura di Daniele Poletti) di Antonio Syxty.

Per scelta determinata e radicale le scritture complesse collocano sé stesse al di fuori del mercato editoriale main stream proprio perché nulla hanno a che fare con l’intrattenimento e con le mode, né con le s-ragioni del profitto e perché contestano il venir meno da parte dell’editoria “maggiore” e “media” di qualunque interesse a dare voce a scritture innovative, non allineate, fortemente critiche.

D’altro canto si fanno i conti con un “pubblico” di lettrici e di lettori in massima parte istruito in una scuola talvolta poco stimolante e poco informata circa le ricerche più recenti (la maggior parte dei diplomati dei licei al massimo ha letto qualcosa di Montale…), esposto, inoltre, a pubblicità e passaparola che certamente non spingono in favore della complessità e del ribaltamento dei “canoni” consacrati dai libri di testo in uso.

Inoltre le scritture complesse si collocano a un livello ipercolto in quanto costantemente aggiornato sulle risultanze più recenti degli studi intersezionali di genere, postcoloniali, sociali, politici, di cultura visiva e musicale eccetera – le scritture complesse sono e vogliono essere “difficili”, scientemente esse si concepiscono de-generi e incollocabili.

C’è una qual certa dose di provocazione? Penso di no perché lo stare fuori dai generi artistici canonizzati e all’intersezione di essi o in un processo che vuole andare oltre appartiene all’identità stessa e alle ragioni delle scritture complesse.

È per questo che, pur pubblicati per motivi oggettivi sotto la forma canonica del libro, le proposte di Poletti e di Syxty vanno avvicinate come se ci si addentrasse in uno spazio-tempo a più dimensioni, compiendo uno sforzo d’immaginazione capace di trascendere la stessa forma-libro e le abitudini di lettura più comuni, la bidimensionalità e la forma chiusa.

Le scritture complesse richiedono un cambiamento radicale delle abitudini percettive e concettuali, l’abbandono della (falsa) sicurezza che dà la lettura sequenziale dalla prima all’ultima pagina e l’esercizio di movimenti sia dello sguardo che del pensiero mai lineari e non guidati da punti di riferimento fissi.

Appare interessante il fatto che entrambi i lavori siano accompagnati da due corposi saggi, di Luigi Severi quello di Poletti, di Marcello Sessa quello di Syxty, veri capolavori a sé stanti e, contemporaneamente, eccellenti chiavi d’accesso – sto suggerendo, insomma, che le scritture complesse sono una vera e propria costellazione di materiali e di autori che, scambiandosi i ruoli (ora di curatori, ora di saggisti, ora di autori – benché quest’ultimo concetto vada subito chiarito), danno vita a una presenza significativa non di “movimento”, ma di un convergere su idee comuni che non costituiscono (e mai costituiranno) un canone o un manifesto (e si veda, a mo’ di esempio, con quale esemplare chiarezza Poletti ne parla: Breve nota sulle scritture complesse).

“Autore” è, ovviamente, termine sorpassato rispetto alle sue denotazioni e connotazioni per dir così tradizionali – Syxty e Poletti sono artisti che, trascegliendo, assemblando, manipolando materiali segnici e linguistici di varia natura, avviano delle opere-progetto e delle opere-processo la cui complessità da un lato rimanda alla grande complessità del reale, da un altro si costituiscono quali universi pluridimensionali e plurisignificanti.

Cercando ora un’approssimazione più concreta ai due lavori, dirò che non riporterò alcun esempio testuale perché questo snaturerebbe e tradirebbe i molteplici orizzonti spalancati da Poletti e da Syxty, ma mi affiderò alla buona volontà di chi vorrà procurarsi i due volumi.

I taglienti

Premettendo che potrei (ovviamente) sbagliarmi, attribuirei I taglienti a una dimensione tragicamente politica in quanto le trusioni e gli sfalci che procedono da una sorta di studio minuzioso del film Ordet (La parola) di Dreyer, dei suoi personaggi, dei loro movimenti, addirittura delle planimetrie dei luoghi in cui si svolge l’azione filmica costruiscono un’architettura testuale e iconografica che critica e contesta sia il linguaggio che gli apparati sociali perché oppressivi e autoritari: una sezione del libro, nasiera, già pubblicata come Foglio n. 12 da Benway Series, da sola esplicita tale atteggiamento critico e contestatario; le malformazioni dentali e mascellari e il risultante dal taglio dell’erba del sottotitolo rimandano infatti alla focalizzazione, attraverso la traccia filmica dreyeriana (ma, e lo dirò a breve, non solo), su movimenti di linguaggio-e-di-pensiero capaci di rovesciare i condizionamenti oppressivi e autoritari aprendo una via di liberazione non priva di problematicità né di sofferenza. Attingendo al campo semantico agrario e della coltura/cultura botanica la scrittura complessa può riprodurre sé stessa per talea e per margotta oppure proporsi come stratificazione e interconnessione che, dalle laminette orfiche, arriva alla Hypnerotomachia Poliphili, alle opere di mnemotecnica e magiche di Bruno, al Narrenschiff di Sebastian Brandt, agli spartiti musicali medioevali e contemporanei, ai rilievi di pietre ottenuti con la tecnica del frottage

Sia ben chiaro che nulla di tutto questo è gratuito o avventizio, né ha a che fare con la tecnica del catalogo o dell’accumulo, ma, al contrario, procede secondo un’architettura rigorosa la quale, strutturando veri e propri organismi di senso, di linguaggio, di suono e iconografici, li pone sulla pagina ma non quali dati definitivi, bensì significanti proprio in ragione del loro evolversi, trasformarsi, “riprodursi”…

Il fatto stesso, banale e prosaico, di dovere talvolta ruotare il volume per leggere o guardare testi orientati non più verticalmente ma orizzontalmente, richiama il fatto che il supporto-libro è insufficiente, che per comprendere un lavoro come I taglienti non bisogna dimenticarne la pluridimensionalità (anche cronologica oltre che sensoriale-percettiva), che un esempio come questo di scrittura complessa rimanda alla sua necessaria performatività non solo verbale (lettura ad alta voce e recitazione), ma anche sonora e visiva, gestuale e spaziale – tengo infatti a ribadire che, a mio parere, uno dei meriti delle scritture complesse sia quello di volere andare ben oltre la bidimensionalità della pagina gutenberghiana, recuperando e riproponendo aspetti della scrittura che coinvolgono tutti i sensi e che contemplano l’alto e il basso, il sacro e l’osceno, il canone e l’anticanone. “Ordet” significa alla lettera la parola e credo si possa ragionevolmente pensare che Poletti abbia voluto riflettere in maniera radicale su di un cardine di molte scritture contemporanee (le si chiami neoorfiche, oppure della parola innamorata, o mitomoderniste, eccetera), vale a dire sull’idea di Poesia e di Parola intese come termini assoluti e metafisicamente carichi di verità e bellezza, là dove, invece, occorre sempre smascherare le illusioni religioso-metafisiche, la loro più o meno consapevole collusività con sistemi autoritari (ivi compreso il linguaggio), la loro ereditata trusione, vale a dire postura patologica, procedendo ad efficaci sfalci critici, lucidi nel loro essere impietosi e, quindi, anche dolorosi.





The Forty Years Later Project

Il lavoro di Antonio Syxty mi sembra, invece, ascrivibile alla sfera comico-parodistica delle scritture complesse, anch’esso mette in discussione il concetto di “autore”, ma lo fa praticando un’insistita, vasta ironia e autoironia.

Il libro, di grande pregio anche tipografico, è il Volume I 1977-1980 appunto di The Forty Years Later Project (1977-2017), ma il frontespizio interno reca la dicitura Ingredients: THREE HOLES & FIVE RINGS WATERPROOF anche Tre fori e cinque anelli impermeabili – il tutto deriva dal “Primo Famoso e Improbabile Archivio di Antonio Syxty” e viene spiegato che la scritta tracciata con un pennarello nero appartiene a un frammento (strappato da un raccoglitore andato perduto) del quale viene mostrata la riproduzione fotostatica in bianco e nero che recita: INGREDIENTS: FIVE HOLES & THREE RINGS WATERPROOF 1978 – – – l’incoerenza (i fori sono 3 o 5? gli anelli 5 o 3?) viene discussa in una nota a pie’ di pagina e tutto questo mi permette di proporre una serie di puntualizzazioni: il volume è corredato da numerose note a pie’ di pagina e riporta in maniera precisissima in alto a sinistra per le pagine dispari e in alto a destra per le pagine pari i riferimenti relativi all’archivio e alle varie sezioni in cui il libro è articolato, dando l’impressione che ci si trovi davanti a un lavoro di rigorosa catalogazione; ma, ripetutamente in nota, si segnala quanto le informazioni fornite, le figure, i materiali vari siano confusi o ambigui o fuorvianti e questo accade per provocare derive e ipotesi di senso, come lo stesso Syxty dichiara esplicitamente.

L’autore (o meglio, l’Autore) gioca con i materiali, già nel riferirsi a un Catalogo e a un Archivio “Primo, Famoso e Improbabile” il quale andrebbe a formare un “romanzo allegorico e poco edificante” sulla sua stessa vita mostra come le caratteristiche del romanzo (in quanto genere normalizzato, edulcorato, reso inerme e sclerotizzato, consumistico e rassicurante, consolante, narcotizzante) vengano irrise, carnevalescamente rovesciate, allegramente parodiate.

E se una sorta di prefazione o premessa è affidata a una certa L. G. E. (ovvero Luna Gay Esmeralda) che sarebbe una ricercatrice nata in Nuova Zelanda nel 1985 e persona che per prima sarebbe venuta in contatto con talune parti dell’Archivio, questo collega direttamente The Forty Years Later Project con NZ, ma, al tempo stesso, ne mostra la natura di labirinto di specchi, il continuo affiorare e svanire di identità e/o maschere autoriali per ciò stesso contestano il concetto di autore univoco e, nell’accumulo arbitrario di materiali pur nell’apparente precisione catalogatrice, si mostra pagina dopo pagina l’improbabilità (appunto!) di ogni archivio e/o catalogo, e se Archivio e Catalogo appaiono con l’iniziale maiuscola l’eventuale “metafisica” a questo sottesa rivela la propria inconsistente pretesa, il reale stesso, pensabile come archivio e sottoposto a catalogazione da dottrine tendenzialmente autoritarie, rivela tutta la propria allegra aleatorietà, libera giocosità, essenza di “scatoloni” capaci di contenere il materiale segnico più eterogeneo, smontabile e rimontabile, felicemente ambivalente, divertentemente fuorviante. – E andare “fuori via” sembra il senso più profondo e amabile delle scritture di Antonio Syxty.

Scrivo questo perché in un tale esempio di scrittura complessa si percepisce sempre una grande libertà e un costante senso di liberazione, un archivio, che dovrebbe possedere le caratteristiche di ferreo e indubitabile, costante accertamento di un’identità univoca, letteralmente esplode e si trasforma e, negando sé stesso, nega ogni tipo di teocrazia, patriarcato, autoritarismo, pensiero unico.

Attraversare l’archivio di Syxty è un’esperienza salutare, un accumulo di emozioni positive (ilarità, giocosità, continua messa in dubbio, erotismo e parodia dell’erotismo) che dimostrano come le scritture complesse sappiano toccare anche i sentimenti sollecitandoli e rimettendoli in gioco, chiamandoli a reagire a contatto con i materiali verbali, visivi e sonori, sfidando sia la razionalità (perché occorre una vigilanza costante nei confronti di quello che si legge e che si vede e che si ascolta) sia le emozioni che quegli stessi materiali suscitano.

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